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Storia-Economia
I PERSONAGGI
Giovanni Antonio Bovio
Teologo e Vescovo Giovanni Antonio Bovio, carmelitano, teologo e Vescovo di Molfetta, vissuto tra il secolo XVI e XVII, nacque a Bellinzago. Suo maggiore biografo è Stefano Possanzini, il quale nel 1970 pubblicò il volume Giovanni Antonio Bovio Carmelitano (Roma Institutum Carmelitanum).Lorenzo Apostolo scrive che, anche prima del 1900, persone con le quali egli ha parlato ricordavano l'edificio che a Bellinzago veniva indicato come la sua casa natale ("nella casa ora abitata dalla famiglia del farmacista Apostolo"); su di un muro, che in seguito fu abbattuto, vi era dipinto lo stemma di mons. Bovio con la scritta: "Joannes Antonius Bovius, Episcopus Melphitensis, Gaudentii nepos". La casa è all'attuale n. 11 di Via Matteotti.
Nei registri dei battezzati della parrocchia di Bellinzago, consultati da Lorenzo Apostolo, si trova notato, all'anno 1566: "Antonius filius Baptistae De Bovo", battezzato il 13 maggio (padrino Bernardino Gavinelli); con molta probabilità si tratta del nostro, poiché concorda con il nome del padre. "De Bovo", così erano chiamati in principio i Bovio. La sua famiglia pare fosse quella soprannominata dei "Rossoti". Giovanni Antonio fu avviato ben presto agli studi classici ed entrò, in giovane età, nell'Ordine dei Carmelitani.
Dice il Mazzucchelli che venne aggregato nella figliuolanza del Carmine di Milano, dove fece la solenne professione il 26 giugno 1589.
Insegnò negli "Studia generalia" dell'Ordine e fu reggente a Milano, a Napoli ed infine, per molti anni, a Roma nello Studium" annesso al convento di Traspontina. Nel 1592 insegnava filosofia nell'Università di Pavia. A Roma fu lettore di Metafisica alla Sapienza.
In quell'archiginnasio vi tenne la cattedra per otto anni; la lasciò soltanto per trasferirsi a Molfetta, quando fu eletto Vescovo di quella città.
Fu predicatore eccellente. Nel capitolo generale dell'Ordine, celebrato a Cremona nel giugno del 1593, ebbe l'incarico di tenere l'orazione di apertura. Predicò per vari anni nella Cappella Pontificia. Resosi vacante l'ufficio di Provinciale d'Inghilterra, il vicario generale dell'Ordine chiamò a reggerlo il P. Giovanni Antonio Bovio. Egli fu pure in Roma Consultore della Congregazione dell'Indice.
Ebbe un ruolo di primo piano nella Congregazione De auxiliis e nella contesa tra la Santa Sede e Venezia. Nelle animate discussioni sulla dottrina di Molina difese l'opportunità di non pronunziare alcuna condanna, né contro i Domenicani né contro i Gesuiti, perchè non apparissero fratture tra i teologi cattolici, con grave scapito della dottrina teologica e col pericolo che i Protestanti si avvalessero di una condanna per propagare più agevolmente i loro errori.
Nella contesa con Venezia, sebbene prenda decisamente le parti del Papa, tuttavia non inveisce contro la Serenissima e i suoi difensori. Suo intento è di mettere in luce la vera dottrina e di attirare ad essa gli erranti più con la convinzione che con la violenza. Perciò si preoccupa di documentare le ragioni con numerose prove e di usare un linguaggio caritatevole e persuasivo; qualità che gli sono state riconosciute quasi unanimemente anche dagli avversari.
Lo zelo e la dottrina lo resero caro al Papa Paolo V che, per i suoi meriti, lo promosse Vescovo di Molfetta il 29 gennaio 1607.
Fu consacrato l'11 o il 17 febbraio (il giorno è incerto) dello stesso anno; la cerimonia avvvenne nella chiesa della Traspontina, e consacrante fu il cardinale Pinelli.
Per causa però di turbolenze politiche, mons. Bovio giunse in diocesi nel febbraio del 1608.
Appena giunto aprì la Visita locale, reale e personale, procurando di conoscere in tutti i minuti particolari lo stato della sua Chiesa. Incominciò dalla riforma del clero; il 29 giugno emanò l'editto De vita et honestate clericorum. Il 30 marzo 1609 aprì il Sinodo diocesano, per portare ai mali, che aveva osservati, i rimedi opportuni. Più tardi, nel giugno del 1613, terrà una seconda Visita pastorale. Anche questa volta ispezionerà tutta la diocesi, rifacendo l'itinerario compiuto nel 1608. Sul finire del 1618, mentre si disponeva per la Visita "ad limina", fu pregato dal clero e dal popolo di rimanere in sede a causa del pericolo di guerra che incombeva: tutti speravano che, con la sua presenza, avrebbe alleviato i disagi inevitabili. Ma finalmente nel maggio del 1620 potè recarsi a Roma per la Visita "ad limina".
Per opera di Mons. Bovio sorse in Molfetta la confraternita dell'Immacolata Concezione. Ma le sue cure particolari andarono per il santuario di Maria SS.ma dei Martiri, tanto caro ai molfettesi.
A sue spese fece costruire una magnifica nicchia, a forma di tempietto, ornata di scelti marmi, in luogo della precedente. Con questa nuova decorazione volle che il quadro della Madonna dei Martiri fosse collocato in venerazione sull'altare maggiore.
Le incursioni dei pirati erano troppo frequenti sulla spiaggia di Molfetta; il 19 agosto 1620 mons. Bovio, con il Capitolo, decide di mandare al monastero delle Vergini di Bitonto il quadro della Madonna dei Martiri per il timore che i Turchi, i quali avevano abbattuto il castello di Manfredonia, venissero ad assalire il santuario. Scrisse anche la Breve historia della chiesa mariana di Molfetta. Il libro fu pubblicato dopo la sua morte.
Il padre di lui, Giovanni Battista, che aveva seguito a Molfetta il figlio Vescovo, costruì nell'anno 1616 in quella città la chiesa di Santa Maria di Loreto; sul portale di essa mons. Bovio fece porre l'arma gentilizia della sua famiglia ed un'iscrizione latina in ricordo. Il beneficiato di questa chiesa era tenuto a celebrare la Messa ogni sabato, e per di più aveva espresso obbligo di tenere sempre una secchia pendente al lato della cisterna per dare pronto ristoro ai viandanti.
Giovanni Antonio Bovio morì a Molfetta il 12 agosto 1622.
Le Conclusioni Capitolari accertano che: "a di 12 agosto 1622 morì monsignor Bovio, il quale alle ore 22 fu sepolto nella Chiesa di S. Maria dei Martiri, nella cappella della Pietà". Contro questa notizia stanno vari autori i quali affermano che le spoglie mortali di mons. Bovio furono inumate nella chiesa cattedrale. Scrive Francesco Samarelli, Canonico Primicerio di Molfetta: "... Anche la Santa Visita di Sarnelli, a p. 58, indica l'esistenza della tomba di Bovio nel vecchio Duomo. Noi riteniamo che, siccome il Capitolo, il 23 maggio 1623, discusse su diversi legati di monsignor Bovio e conchiuse che si facesse la - chianca - al sepolcro, era avvenuto il passaggio del cadavere dalla Madonna dei Martiri nella Cattedrale di Maria Assunta in Cielo, dove veramente, innanzi all'altare maggiore, si trova la tomba del Bovio".
Il Municipio di Bellinzago gli ha dedicato una strada; è la via delle scuole elementari che reca in Via Bornago.
Stefano Miglio
Teologo - martello degli eretici Nell'interno della corte all'attuale n. 11 di Via Don Minzoni (Ruga Nova), in una camera al primo piano di una casa rustica, il 13 o il 14 febbraio 1647 da Giovanni Pietro e Maria Gavinelli nacque un bambino, cui fu poi dato il nome di Stefano. Ed ai "Zampaûl", secondo la tradizione, deve assegnarsi il nostro. Ebbe parecchi fratelli.Vuole la tradizione che egli fino all'età di vent'anni circa si sia dedicato all'agricoltura; quando, sentendo in sé la vocazione alla vita monastica, e trovando nella famiglia opposizioni di ogni sorta, un bel giorno, legato l'asino ad una pianta del campo, dove, dopo un bisticcio più crudo del solito, era stato costretto ad andare a lavorare, se ne fuggì per non si sa dove. Se ne preoccuparono in casa, quando, fattasi sera, non lo videro ritornare. Il 10 agosto 1670 in Milano, nel convento dei Carmelitani Scalzi e nella chiesa da poco dedicata a San Carlo, Stefano Miglio dava il suo nome alla religione dei riformati di S. Elia, chiamandosi Liberio di Gesù.
Fu subito dopo avviato a Bologna per gli studi di filosofia e di teologia nel convento che là pure i Carmelitani tenevano. Quivi pertanto rimase per otto anni padre Liberio, compiendo il corso con somma lode.
Narra la tradizione che dalla via di Novara capitasse un giorno in Bellinzago un frate dalla cocolla carmelitana, e, senza chiedere indicazioni ad alcuno, si avviasse ad una casa sita a metà della "Ruga Nova", dove entrato, ad una vecchierella, che, sola, stava preparando la cena per la famiglia, chiedesse elemosina.
La buona donna pregò il frate di attendere; mentre però ella fece per salire le scale, onde prendere dei salami, che, com'era allora costume, si conservavano in grasso entro apposite olle nella camera da letto, il frate le tenne dietro, attento ad ogni cosa, fino sulla soglia della stanza, quando la donna indispettita dell'insistenza presuntuosa di costui, rivolgendoglisi, lo rimbrottò con frase rovente: "Che frate petulante!" gli disse.
Cui il Carmelitano: "Se mi conosceste - rispose - non direste così".
"Ma chi siete?" riprese stupita la donna.
"Sono Stefano vostro figlio"
Soggiunge la leggenda che a questa sorpresa la mamma scongiurò più volte il frate a fermarsi, tanto almeno da poter vedere e salutare i fratelli ed i parenti, ma padre Liberio assolutamente si rifiutò, e, dando l'addio per sempre, riprese la via di Novara.
Il Carmelitano prima di abbandonare il settentrione d'Italia, e raggiungere la destinatagli cattedra di Roma, per l'ultima volta, e dopo tanti anni di assenza, venne a rivedere la casa e la madre.
La fama, a Bologna acquistata, lo chiamò nel 1678 a Roma per ivi insegnare Teologia dogmatica nel seminario delle Missioni di San Pancrazio. E qui per trentasei anni d'ogni parte convennero gli studiosi attorno alla cattedra di padre Liberio "il più sottile Teologo Controversista" che allora acclamassero le romane cattedre.
Nel 1701 pubblicò il primo tomo delle Controversiae Dogmaticae adversus haereses utriusque orbis Occidentalis et Orientalis, che comprendeva i due trattati De Ecclesia militante e De praetenso Primatu Anglicano. Clemente XI gran conto ne ebbe a fare, quando gli fu detto lavoro presentato; senonché la Congregazione del Santo Ufficio nella revisione vi rinvenne un possibile errore, per cui fu l'opera sospesa, finchè fosse corretta.
Quando, promosso alla porpora mons. Gabrielli, padre Liberio fu nominato Prefetto del Collegio Urbano di Propaganda Fide, di "motu proprio", da Innocenzo XII. Era questo uno dei maggiori onori in Roma, e può dirsi il posto più prossimo al cardinalato.
Ristampava pertanto nel 1710 la sua opera, francamente scrivendo di non arrossire, di ritrattare e correggere pienamente quanto aveva nella prima edizione scritto di meno approvevole, sottomettendosi in tutto alla Santa Sede Apostolica.
Liberio di Gesù morì il 7 marzo 1719 nel Seminario di San Pancrazio.
Fu sepolto in Roma nel cimitero di San Calepodio.
L'opera pertanto che padre Liberio di Gesù aveva promesso in tre tomi, venne ad aumentare tanto di mole da richiedere otto volumi in foglio.
Promotori di avere intrapreso e condotto a termine felicemente questo grave lavoro furono sei cardinali.
Conviene ricordare che allo scopo di rendere "Ad maiorem Dei gloriam ac sanctorum venerationem", il padre Liberio donò alla chiesa di Sant'Anna di Bellinzago una parte di preziose reliquie, soprattutto all'altare del SS. Crocifisso. Le "autentiche" sono conservate nell'archivio parrocchiale di Bellinzago.
Un ritratto del nostro, monaci di Milano avevano curato di far dipingere accanto a quello di San Giovanni della Croce sulle scale che portavano alla biblioteca del convento, e sotto cui stava l'epigrafe seguente:
R. P. LIBERIO di GESU' / PREFETTO DEGLI STUDI NEL VENERANDO COLLEGIO URBANO / DE PROPAGANDA FIDE / LETTORE DI SACRE CONTROVERSIE / DIFENSORE DELLA FEDE ORTODOSSA / E MARTELLO DEGLI ERETICI / MORI' PIENO DI MERITI L'ANNO DEL SIGNORE 1719 / A 73 ANNI DI ETA'
Gli è dedicato il viale del mercato fino alla chiesetta di Maria Ausiliatrice.
Gabriele De Medici
Avvocato - Benefattore Nacque a Bellinzago il 9 ottobre 1797.
Suo padre fu il notaio Giuseppe De Medici, e sua madre la signora Anna Maria Tosi da Oleggio.I De Medici erano di antica e civile discendenza novarese: ed era tradizione loro familiare di dedicarsi allo studio delle leggi. Il padre De Medici era pure notaio. Nel 1783 egli passava a Bellinzago come segretario del Comune, e qui fissava la sua abitazione "in via Sant'Anna di proprietà del Beneficio di Santa Maria Lauretana". Ed a Bellinzago rimase fino a che il De Medici fu mandato come Cancelliere del Censo per il distretto ad Arona, ed in tale qualità trasferito poi a Vogogna ed a Brescia.
Nel 1812, essendosi reso vacante il posto di segretario del Comune di Novara, i suoi concittadini lo reclamarono. Da allora Giuseppe De Medici si stabilì a Novara, e rimase segretario del Comune per ben 25 anni, e cioè fino al 1837, anno in cui, e per l'età (74 anni), e per gli acciacchi, venne messo in pensione, con lo stipendio intero, però a significare dei grandi servigi resi alla città.
La madre di Gabriele era una Tosi di Oleggio. Giuseppe De Medici l'aveva conosciuta a Bellinzago nei primi anni del suo segretariato, perchè la signorina Tosi era una sorella di don Carlo Francesco Tosi, parroco porzionario di Bellinzago dal 1774 al 1807.
Da questo matrimonio nacquero due bambini: un maschio, Gabriele, ed una femmina, Diamanta.
Passò certamente Gabriele i primi anni a Bellinzago. Ma quando il padre fu nominato segretario del Comune di Novara, anche il figlio si trasferì colà.
Dal 1812 in poi e fino alla sua laurea in legge, non sappiamo più nulla di Gabriele De Medici; la mancanza di notizie è dovuta specialmente al fatto che il padre, morendo, dispose per testamento che fossero "abbruciate ogni altra carta, lettera ed ogni manoscritto, ben inteso sempre che non avessero rapporto alla sua sostanza".
Sappiamo soltanto che egli frequentò la Università di Pavia, e che là appunto conseguì la laurea. Dopo di che egli entrò subito in magistratura; e lo troviamo quindi Giudice del mandamento di Borgoticino.
Intanto veniva a morire la madre Anna Maria Tosi (4 settembre 1822); e da allora pare che ogni rapporto della famiglia De Medici con Bellinzago siasi rotto. L'anno dopo il giudice De Medici passava a matrimonio con la signora Donna Marietta D'Adda, vedova del signor Carlo Antonio De Silani. I due coniugi si stabilirono a Borgoticino. Gabriele De Medici rimase però poco tempo in magistratura: pare soltanto fino al 1825. Egli abbandonò Borgoticino per stabilirsi a Novara, dove aprì studio di avvocato.
Nel 1850 "appena il voto del popolo - così La Vedetta (1859) - fu arbitro degli onori municipali, il De Medici fu elevato alla carica di Consigliere Comunale nella quale fu sempre confermato fino alla morte".
Nel 1853 egli fu dal Governo nominato Sindaco di Novara, e rimaneva in carica fino alla tornata di autunno del 1854.
E fu sotto il suo sindacato che fu inaugurata la ferrovia per la quale Bellinzago da un lato si congiunge al Lago Maggiore e dall'altro a Genova. In quella occasione Gabriele De Medici fu anche insignito della Croce di Cavaliere di San Maurizio.
Come studioso di diritto egli ha pubblicato nel 1848 sul giornale "L'Iride Novarese" uno studio intitolato Cenni sul privilegio del Foro Ecclesiastico, che fu poi riunito in volume.
La famiglia viveva in una continuamente migliorata agiatezza di vita; quale attestano e le due case che teneva, non comunemente arredate, a Novara ed a Borgoticino; la proprietà del palco nel teatro vecchio di Novara; un banco in ciascuna delle quattro chiese (Cattedrale, San Gaudenzio, Rosario e Monserrato).
Ma il male insidioso che da qualche tempo lo travagliava si aggravò nel luglio 1859, ogni giorno più progredendo anche per le ansie e le trepidazioni in cui il suo cuore di fervente patriota si dibatteva in quei tempi, in cui l'Austria, dichiarata la guerra al Piemonte, aveva invaso con le sue soldatesche le province tra la Sesia ed il Ticino.
Morì il 12 luglio a Borgoticino, raccomandando ancora una volta ai presenti i suoi tre amori della vita terrena: la moglie, la sorella, l'asilo.
La sua salma, tumulata provvisoriamente a Borgoticino, venne poi, su richiesta del Comune e per gentile concessione della vedova, trasportata nel 1860 a Bellinzago.
Nel testamento, dopo avere disposto per l'usufrutto generale a favore della moglie e della sorella; dopo avere legata la sua biblioteca alla Biblioteca della città di Novara; Gabriele De Medici ordinava la istituzione dell'Asilo Infantile in Bellinzago, e nominando detto Asilo suo erede universale.
Chiudeva il testamento con una calda raccomandazione ai Bellinzaghesi a favore del suo Asilo: "Cittadino Novarese io volgo un pensiero di beneficenza al paese di Bellinzago, perchè, avendo colà respirato le prime aure di vita, gli conservai sempre una particolare affezione; ed ora credo che la creazione di un asilo vi produrrà quel maggior bene che sia in potere mio fargli, attesa specialmente la condizione agricola della maggior parte dei suoi abitanti".
Il disegno fu affidato all'architetto Alessandro Antonelli, nello stesso tempo ideatore della chiesa Parrocchiale di Bellinzago.
Il 28 maggio 1876 fu inaugurato, con grande solennità e fra l'entusiasmo del popolo, l'Asilo De Medici.
Il Municipio eresse al benefattore due busti attualmente nel vecchio palazzo comunale e nell'atrio dell'Asilo. Nel cinquantenario dell'inaugurazione dell'Asilo, Gabriele De Medici fu ricordato ai posteri con una lapide, la quale, esumata la salma nel 1976 per la nuova sistemazione sotto la cupola cimiteriale, finì all'Asilo: essa, con un medaglione ritratto del personaggio reca questa iscrizione:
ALL'AVV. CAV. / GABRIELE DE MEDICI / NEL CINQUANTENARIO / D'INAUGURAZIONE DELL'ASILO / DA LUI FONDATO / 1876 - 1926.
Nel 1976 su iniziativa dell'Amministrazione dell'Asilo ed attraverso il Comitato organizzatore a ricordo della inaugurazione, nella crociera, di fronte al busto di De Medici, è stata murata una lapide del seguente tenore: 1876 - 1976 / BELLINZAGO RICONOSCENTE / RICORDA / GABRIELE DE MEDICI BENEFATTORE / ALESSANDRO ANTONELLI ARCHITETTO / PRIMO CENTENARIO / INAUGURAZIONE ASILO. Al suo nome è dedicata la via che, da via della Libertà raggiunge LA Madonna di Pompei.
Pietro Paolo Ardizio
Segretario comunale - Benefattore
Pietro Paolo Ardizio nacque a Bellinzago il 10 maggio 1804 da Pietro Paolo e Catterina Vandoni. Compiuti gli studi, venne assunto dal Comune di Marano Ticino e di Bellinzago come segretario, lavoro che tenne con onore per più di 50 anni.Uomo di profonde convinzioni cristiane, trascorse la sua vita nell'abnegazione e nel lavoro, riordinando l'archivio del Comune, ed aiutando il prossimo sia materialmente che moralmente.
Nato da famiglia benestante, per la sua parsimonia e semplicità di vita, accumulò, specialmente dopo la morte della moglie e dei tre figli una fortuna rilevante, che gli permise di beneficare il paese e di fondare Opere Pie.
Nel 1884 fece erigere a sue spese nella chiesa Parrocchiale l'altare della Immacolata.
Alleviò poi le fatiche del prevosto, specialmente nell'amministrazione degli ultimi Sacramenti ai moribondi, istituendo a sue spese nel 1886 una coadiutura mercenaria, assegnando alla Fabbriceria una rendita annua di 1250 lire.
Prossimo alla fine, il 28 dicembre 1889 fece testamento, con il quale lasciava la sua ricca fortuna per opere di beneficenza.
Istituì sei borse di studio di lire 300 ciascuna, da assegnarsi a "... giovinetti appartenenti per nascita e continuata residenza in questa Parrocchia, e ad uno nato e residente nella Parrocchia di Marano Ticino, del quale Comune io fui ammesso quale Segretario per trent'anni consecutivi, e con che siano detti giovinetti inclinati per natura e buona volontà agli studi".
Parte della sua fortuna la dispose in favore di quei poveri che essendo malati non potevano lavorare e guadagnarsi il vitto giornaliero, istituendo dei libretti da consegnarsi ad alcuni esercenti per ritirare la merce. Inoltre provvide al pagamento di alcuni letti nell'ospedale Maggiore di Novara per i malati bellinzaghesi poveri e bisognosi di cure.
A dimostrazione del suo animo profondamente cristiano lasciò 25.000 lire da spendersi parte in pratiche per avere dalle catacombe di Roma il corpo di qualche Martire, altra per erigere la cappella che contenesse quelle reliquie.
La somma fu usata nel 1892 per la solenne traslazione da Roma a Bellinzago dei SS. Martiri Pacifico e Cristina.
Pietro Paolo Ardizio non potè vedere nulla di realizzato dei suoi desideri. Morì il 6 gennaio 1890 lasciando un capitale di lire 386.566,65.
Come ultimo desiderio, Pietro Paolo Ardizio volle, ad indicare ancora una volta la sua umiltà, che la sua tomba fosse calpestata da tutti. Essa è ubicata all'entrata del cimitero. L'epigrafe ricorda: QUI / RIPOSANO LE OSSA / DI / PIETRO PAOLO ARDIZIO / FONDATORE DELL'ISTITUTO / DI SUSSIDIO AI POVERI / DI / QUESTO COMUNE / MORTO IL 6 GENNAIO 1890 / D'ANNI 85 / UNA PRECE.
A Pietro Paolo Ardizio il Municipio ha intestato una via: è la seconda a destra di Via Don Minzoni. L'Istituto di sussidio ai poveri gli eresse un busto (scultore Pirotta).
Francesco Vandoni
Sindaco - Benefattore Bellinzago: 22 dicembre 1825 - 5 febbraio 1907.
Avvocato, notaio, Cavaliere Ufficiale della Corona d'Italia, Commendatore della Corona d'Italia.Fu la personalità più nota della vita politica ed amministrativa bellinzaghese nel secolo scorso, per la prudenza, la lealtà, la saggezza.
Per un cinquantennio fu Sindaco di Bellinzago: dal 1853 al 1893; dal 1895 al 1907.
Ricoprì altre numerose cariche, fra le quali quella di presidente del Consiglio notarile dei distretti riuniti di Novara e della Valle Sesia.
Francesco Vandoni lasciò la sua sostanza (era scapolo) e incarico verbale al fratello dott. Pietro, perchè con tali fondi fosse eretto il Ricreatorio per la gioventù in Bellinzago. Questi, amico di don Giovanni Bosco, accolse e fece sua l'idea del fratello e, con grande entusiasmo, unì le proprie sostanze all'opera benefica che doveva sorgere.
Il 12 ottobre 1910, nel Ricreo, modestamente arredato dell'indispensabile, si iniziò la regolare attività oratoriana.
Francesco Vandoni fu sepolto nel cimitero di Bellinzago.
Francesco Vandoni
Sindaco - Benefattore
Carlo Calcaterra senior (per distinguerlo dal figlio omonimo, che tenne la cattedra di Letteratura Italiana all'Università di Bologna) nacque a Bellinzago il 18 gennaio 1843.Iniziò gli studi con vera passione e scelse tra le vie aperte alla sua bella mente, la medicina. E fu medico.
Fu per qualche anno medico condotto di Cannero, dove sposò Carolina Giovanelli e nacquero due figlie.
Verso il 1874 Carlo Calcaterra ottenne la condotta di Valle Antigorio e trasferì la propria famiglia a Premia.
Lassù dimorò dal 1874 al 1892: fu medico entusiasta della sua professione.
Il 31 luglio 1887, dietro elogio del Direttore della Sanità Pubblica, Pogliani, per mano di Giovanni Della Rocca, il Ministro dell'Interno, dell'allora Regno d'Italia, gli accordò la Menzione d'Onore, che era un grande titolo onorifico.
Carlo Calcaterra portò così la stessa passione negli studi di medicina come negli studi letterari: severo tanto negli uni quanto negli altri.
Vennero poi i giorni dell'angoscia e del dolore. Nel volgere di una settimana la morte gli vuotò la casa. Vide morire, senza allora trovare rimedio, tre sue bambine, soffocate dalla difterite; poco tempo dopo perse una quarta figlia ed un figlio infante.
Egli cercò di consolare di bellezza artistica il suo smarrito cuore di padre "... per consolare l'anima ferita ritrasse dall'oscurità dei tempi molte obliate vicende della gente Novarese".
Disegnava anche bene. Con inchiostri colorati miniava fiori, frutta ed animava bozzetti di dame e cavalieri.
A Premia videro la luce altri figli: Carlo nel 1884, l'ultimo nel 1892. In quello stesso anno lasciò la Valle Antigorio per la condotta di Varallo Pombia.
Carlo Calcaterra morì improvvisamente il 21 novembre 1894, a Gignese, dove si proponeva di condurre in seguito la famiglia rinnovata.
Egli riposa nel cimitero di Bellinzago. L'opera letteraria di Carlo Calcaterra è costituita da sette racconti storico-romantici:
- La Marchesina di Bellinzago
- Guido conte di Biandrate
- Berengario e Villa nell'isola di San Giulio
- La Bella Ossolana
- Oliva, Signora d'Angera
- Novara nel 1821
- Novara nel 1849
- L'Orfanella Americana
- Il medico condotto
- Il medico in condotta
Nel volume "Novara e il suo territorio", edito nel 1952 a cura della Banca Popolare di Novara, Luigi Fassò dedicò uno studio ai "Letterati del Novarese". A pagina 656 trova giusta memoria anche il medico-scrittore Carlo Calcaterra.
Di lui si legge: "... Sia ricordata la singolare figura di un valoroso e generoso medico innamorato della storia, che alla storia chiese ispirazione per alcuni suoi romanzi i quali, sia pure entro una modesta cerchia di lettori, gli dettero una onesta rinomanza. Il dr. Carlo Calcaterra di Bellinzago, nella sua non lunga ma travagliata esistenza, seppe con ammirevole versatilità, attendere insieme alla medicina e alle lettere".
Pietro Vandoni
Medico Il 19 maggio 1912 moriva in Torino il dottor Pietro Vandoni.
Di lui, delle sue opere e virtù scrissero il "Movimento", "l'Italia reale", "l'Azione novarese", il "Sempione".Egli nacque a Bellinzago il 1° marzo 1846: gli furono genitori il dottore fisico Giuseppe Vandoni e Lucrezia Aluvisetti. Aveva appena sei anni quando fu messo nel Collegio Gallarini a Novara. Tredicenne passò al Collegio Mellerio di Domodossola e vi rimase sei anni. Nell'anno 1863 riportò la licenza ginnasiale. Tornato in Collegio a compiere privatamente il corso del Liceo, ne partì l'anno 1865 portandone in cuore affetto di gratitudine ai PP. Rosminiani suoi istitutori, dai quali riconobbe sempre quei sensi altamente cristiani che gl'informarono tutta la vita.
Uscito dal Collegio Mellerio entrò a Torino nel Collegio Caccia, destinato ai soli studenti della città di Novara e dell'antico contado, e s'iscrisse alla facoltà di medicina e chirurgia nella R. Università.
Conseguita nel 1871 la laurea in medicina e chirurgia, si diede alla professione prima a Gattico, poi a Fontaneto, indi a Bellinzago, per ultimo a Belgirate. Il suo nome è ricordato in cotesti luoghi per la generosità con cui ai malati poveri metteva in mano il denaro occorrente per le medicine.
Nel 1877 lasciò la condotta medica e si trasferì a Torino. Entrò nell'ospedale fondato dalla carità di don Giuseppe Benedetto Cottolengo per accogliere ogni sorta di malati e di preferenza gli affetti da malattie umilianti, i rifiuti degli altri ospedali.
Nominato ben presto medico capo di servizio, il dottor Vandoni lavorò per oltre un decennio in questo campo. Nel 1880 ottenne per concorso il posto di medico assistente nell'ospedale di San Giovanni e nel 1881 quello di assistente alla clinica medica generale dell'Università. In questo tempo si sottopose alla fatica di imparare il tedesco per recarsi a Vienna a compiere un corso di laringologia, di pediatria e di malattie della pelle in quella Università. Altra volta si recò in Germania.
Nell'estate del 1884 scoppiava il colera in Torino e nei dintorni. Il sacerdote Bossi, rettore della Piccola Casa della Provvidenza, a richiesta del conte di Sambuy, Sindaco della città, apriva un lazzaretto per i colerosi nell'edificio detto della Porziuncola.
Pietro Vandoni vi si rinchiuse volontario per prestare la sua opera in servizio di quei poveretti, e vi rimase segregato dai suoi familiari circa due mesi, finché il morbo cessò. Quando ne uscì, il sindaco e la giunta municipale, ammirati dello zelo e dell'abnegazione, gli mandarono una lettera di encomio e di riconoscenza. Anche il Rettore della Piccola Casa gli fece pervenire in una busta chiusa una certa somma di denaro, piccolo compenso ai disagi ed alle fatiche da lui sostenute non senza pericolo della vita: la sera stessa nel bossolo che riceve le elemosine dei benefattori occulti alla Piccola Casa fu trovata quella busta intatta.
Promosso nel 1885 al grado di medico primario nell'ospedale di san Giovanni vi rimase fino al 1888, quando conseguì per concorso il titolo di medico primario all'Ospizio di Carità fuori di Torino. Quivi stette due anni, poi rientrò in città e cominciò a esercitare la libera professione fuori degli ospedali.
Pubblicò tre opuscoli:
Dell'assorbimento per via cutanea;
Dell'azione dell'urea sull'organismo animale;
Dell'esame del latte.
Dal 1895 fu consigliere municipale di Torino e per sette anni ricoprì la carica di assessore alla pubblica igiene.
Per quanto gli fosse cara Torino, non poteva dimenticare il paese nativo. Di quando in quando dalla città ritornava alla sua Bellinzago, in mezzo all'antica semplicità di fede e di costumi.
Nel 1907 gli moriva il fratello Francesco, Sindaco di Bellinzago, che legava una somma di denari per fondarvi un Ricreatorio festivo per la gioventù del paese. Pietro Vandoni non solo si adoperò ad eseguire la volontà del defunto fratello, ma gli si associò nell'opera contribuendo del suo a rendere più solida e durevole l'istituzione.
Nell'ultimo scorcio di vita, sentendosi venire meno le forze per il male che lentamente lo divorava, abbandonò le clientele più cospicue, scegliendo di potere ancora di quando in quando prestarsi in aiuto dei poveri e dei derelitti che visitava nelle soffitte: era l'antica sua passione che non doveva morire se non con lui.
A Torino ebbe funerali solenni, ai quali spontaneamente intervennero persone d'ogni ceto e qualità. Anche a Bellinzago, ove la salma fu trasportata, ebbe onoranze non meno spontanee ed affettuose.
Clemente Vecchio
Generale
Clemente Vecchio era figlio di Gaudenzio e di Margherita Miglio.Nacque a Bellinzago il 9 novembre 1860.
A 22 anni si avviò entusiasta alla carriera militare, iscrivendosi quali allievo nella Scuola Militare con ferma permanente.
Seguì tutta la carriera delle armi (caporale, sottotenente, tenete, capitano, maggiore, tenete colonnello, colonnello comandante, maggiore generale) fino al 1916, anno in cui lasciò il servizio attivo con il grado di generale.
Ebbe decorazioni ed encomi per le campagne di guerra, le ferite, le azioni di merito, guadagnandosi la medaglia d'argento al valore militare perchè "disimpegnò con efficacia ed ardimento non comuni il servizio di Aiutante Maggiore in 1° durante il combattimento, d'Adua (1 marzo 1896) ed anche dopo, benché gravemente ferito".
Decorato della Croce di cavaliere dell'Ordine della Corona d'Italia, successivamente fu autorizzato a fregiarsi della Croce d'oro per anzianità di servizio.
Allo scoppio della prima guerra mondiale combatté con il grado di Colonnello Comandante il 40° Reggimento Fanteria, forte di 3230 soldati e di 79 ufficiali, valorosamente sul Carso ed in altre località, guadagnandosi la Croce di cavaliere dell'Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro, concessagli dal Re motu proprio.
L'eroica figura di questo soldato è mirabilmente espressa da Gesualdo Cimino Cap. nel libro Cenni storici del 40° Regg. Fanteria nella Campagna 1915-18: "Il Colonnello Vecchio, infatti, era il babbo dei suoi soldati; li amava, li istruiva, li rispettava; era loro sempre prodigo di buoni consigli e di paterne cure; li preservava dai pericoli inutili e dai dannosi disagi; li proteggeva; insegnava loro la via del dovere, della fede, dell'onestà e del valore praticandone egli per il primo i santi precetti".
Clemente Vecchio morì a Parma il 6 settembre 1931 e fu sepolto nel cimitero di Bellinzago.
Antonio Vandoni
Cappellano del Sempione
Don Antonio Vandoni è, a ragione, considerato un pioniere dell'azione sociale cristiana in Italia "per la assistenza religiosa e morale degli operai, l'educazione ed istruzione de' loro figli".Iniziatisi nell'agosto del 1898 i lavori per il traforo del Sempione, cominciarono ad affluire nella valle a centinaia gli operai da ogni parte d'Italia.
Scoppiarono le prime rivendicazioni operaie. Fiorì, era naturale, la propaganda socialista e protestante. Per i cattolici, c'era stata, fin dal 15 maggio 1891, la Rerum Novarum, la celeberrima Enciclica di Papa Leone XIII. Fu il punto di arrivo di una vasta evoluzione di tutto il mondo cattolico. Il Papa proclamò la competenza della Chiesa ad affrontare la difficile situazione operaia dell'epoca.
In località Balmalonesca, presso Iselle, doveva nascere un grande villaggio operaio.
Mons. Edoardo Pulciano, Vescovo di Novara, volle in quella gola di monte un sacerdote, perchè diventasse il maestro, l'amico di quella povera gente sbandata. La scelta del Vescovo cadde su don Antonio Vandoni, giovanissimo prete, parroco di Rassa in Valsesia, che già in seminario si era fatto notare per la sua speciale inclinazione a dedicarsi alla questione operaia.
Antonio Vandoni nacque il 16 dicembre 1875 a Bellinzago, in Via Santa Maria. L'elegante casa è tuttora esistente. I genitori lavoravano la terra come quasi tutti nella Bellinzago di allora.
Il sacerdote venne incaricato del nuovo importante ufficio in Varallo Sesia il 16 maggio 1899 e, lasciata il 7 giugno la pittoresca parrocchia di Rassa, il 9 giugno arrivò nel suo nuovo campo di lavoro al Sempione presso l'arciprete di Varzo, che gentilmente si era offerto a dargli ospitalità nel frattempo che si sarebbe apprestata l'apposita residenza sul luogo dei lavori.
C'è un libretto, scritto da don Antonio Vandoni, col titolo Resoconto - L'Opera del Sempione, stampato nel 1903, dove il giovane Cappellano racconta il poco felice ambiente sociale, su al Sempione.
L'ambiente morale era dei più disgraziati e deplorevoli; più fortunato non era l'ambiente politico. Dopo un mese e mezzo, don Vandoni riuscì ad avere nel luglio del 1899, a Balmalonesca, una stanza nella casa adibita ad Ospedaletto provvisorio. Dal 22 luglio di quell'anno il Cappellano aprì un interessante diario - apprezzamenti, impressioni, sfoghi del cuore e dell'animo esulcerato -. Quasi giornalmente sono annotati i fatti più salienti dell'Opera del Sempione.
Venne la chiesa sui cantieri, vennero le scuole, e vennero da Bellinzago come maestre le sorelle di don Vandoni: Rosa e Maria. Le seguiranno, lungo gli anni della coraggiosa fatica, le sorelle Clementina, Giuseppina e Annetta.
Mons. Edoardo Pulciano fu visto spesso piangere di consolazione in mezzo a quel popolo di operai che aveva ritrovato l'entusiasmo accanto all'Opera del Sempione.
La colossale opera del traforo vi richiamava molti personaggi.
Tra questi don Davide Albertario, il battagliero direttore dell'Osservatore Cattolico.
Tirando i conti, in tre anni l'Opera del Sempione, incominciata da don Antonio Vandoni coll'aiuto generoso di mons. Edoardo Pulciano e della Diocesi di Novara, senza avere un tetto "... ha alle sue dipendenze: 1) una Chiesa per il servizio religioso, costruita dalle fondamenta; 2) una casa per le Scuole Elementari e l'abitazione del Cappellano e delle Maestre; 3) una seconda casa per l'Asilo, il Laboratorio ed il Teatrino; 4) uno splendido fabbricato in posizione delle più amene, a Varzo, per l'Asilo, il Laboratorio e l'abitazione delle Suore addettevi".
Intanto i lavori del Sempione volgevano al termine e gli operai cominciavano a diminuire. Purtroppo, anche il pittoresco villaggio di Balmalonesca, frutto di tanti sacrifici e motivo di sofferenze, una volta entrato in attività il traforo, doveva sparire.
Don Antonio Vandoni, terminata ormai la sua missione tra gli operai del Sempione, andava pensando ad un'altra opera da realizzare appena libero da quegli impegni: una colonia agricola. La colonia doveva sorgere a Bellinzago, dove c'era il vecchio cimitero e dove c'è oggi il monumento ai caduti.
Non va dimenticata la passione giornalistica di don Vandoni. Sotto lo pseudonimo di Patron Tonio mandava alla "Cronaca Novarese" articoli brevi e popolari. Scrisse molti "Foglietti domenicali" e collaborò anche a più riprese all'"Osservatore Cattolico" di don Albertario.
Il 30 luglio 1904, mentre con una sua sorella conduceva in gita i ragazzi a Gondo, don Antonio Vandoni fu travolto nei gorghi della Vaira. Per quante ricerche furono fatte, il corpo non fu ritrovato. Riaffiorò a causa delle piene solo l'8 maggio 1905 nella Diveria.
La commozione fu grande.
Parenti ed amici progettarono la costruzione di un monumento a Bellinzago. Si trattava di un'elegante edicola racchiudente la statua di Santa Barbara, patrona dei minatori, e la riproduzione dell'imbocco (versante italiano) della Galleria ferroviaria del Sempione. Purtroppo, per varie cause, il monumento non fu realizzato.
Nel maggio del 1906 fu invece inaugurata nella chiesa di Santa Barbara a Balmalonesca una lapide con medaglione in memoria di Don Vandoni. Una fatale coincidenza aveva fatto sì che le acque travolgessero sia don Antonio Vandoni, sia più tardi la sua lapide e la chiesa di Santa Barbara (1919), e per una stessa coincidenza le acque restituirono nel 1954, 50° della morte, il suo volto scolpito nel marmo.
I buoni valligiani del Sempione murarono nella bella chiesetta di Iselle il medaglione raffigurante il loro vecchio Cappellano, così sconquassato, come fu ritrovato.
I Bellinzaghesi ricordarono solennemente don Antonio Vandoni la domenica 5 agosto 1956, nel cinquantenario del traforo del Sempione. Nel salone delle ACLI fu murata un'artistica targa, opera dello scultore Luigi Fornara. L'iscrizione fu dettata da mons. Gilla Vincenzo Gremigni, Arcivescovo di Novara:
Le care sembianze / di / DON ANTONIO VANDONI / illustre figlio di Bellinzago / apostolo degli operai del Sempione / ricordino / nell'affannato momento storico / a cinquant'anni dalla titanica impresa / che solo la carità di Cristo / è risolutrice di ogni umano problema / Bellinzago 5 agosto 1956.
Carlo Calcatella
Critico letterario
Carlo Calcaterra nacque a Premia, nell'Ossola, il 21 novembre 1884, ove il padre, Carlo, nativo di Bellinzago, si trovava in qualità di medico condotto.A Torino ebbe come maestro di Letteratura italiana Arturo Graf; fu amico di Guido Gozzano, Giulio Gianelli, Carlo Vallini.
Appena laureato, fu chiamato all'Istituto Tecnico di Asti. Passò in seguito all'Istituto Nautico di Cagliari.
Al ritorno dalla guerra del 1915/18 insegnò a Genova, poi a Torino. Nel 1922 conseguì la libera docenza in Letteratura Italiana e fu chiamato per quest'insegnamento all'Università Cattolica di Milano, donde passò all'Università di Bologna nel 1937, sulla cattedra che fu del Carducci e del Pascoli.
Fu condirettore del "Giornale storico della letteratura Italiana"; fondò e diresse gli "Studi petrarcheschi"; fondò nel 1929 a Torino e diresse la rivista "Convivium", un chiaro documento che attesta i suoi molti, vasti, profondi e tenaci interessi nel campo a lui caro della letteratura nazionale.
La critica di Carlo Calcaterra si è esercitata con particolare intensità sul Petrarca e sulla letteratura del Sei-Settecento, in cui ha portato, insieme con la cultura vasta e profonda, un gusto sensibile ed attento nella valutazione di complessi periodi e rappresentanti della nostra letteratura e soprattutto una calda adesione umana ed un entusiasmo spirituale che ravviva e fa più persuasiva la sua pagina. Le opere più importanti di Carlo Calcaterra sono rappresentate dalle edizioni del Petrarca, dei Lirici del Seicento e dell'Arcadia, del Gozzano, del Leopardi, del Di Breme, del Bentivoglio e del Rolli; dagli studi sull'età barocca, nella cui valutazione ha recato una prospettiva decisamente nuova, rivendicandole il carattere di autentica e rivoluzionaria visione del mondo che si esprime attraverso le clamorose innovazioni e gli sperimentalismi più audaci della letteratura del Seicento. Molto significativi pure gli studi sul Settecento, e soprattutto quelli sul Petrarca.
La sua umanità di critico si è espressa anche in note e saggi brevi, ed in studi sul Risorgimento. Ha creato inoltre le antologie Scrittori dell'Ottocento e del primo Novecento.
L'immensa produzione si potrà vedere nell'ampia bibliografia che si trova nel volume Dai dettatori al Novecento.
Quattro argomenti furono e resteranno fondamentali nel suo lavoro di critico e di storico: l'arcadia frugoniana, il primo ottocento alfiereggiante, la "fin du siècle" torinese, le ricerche petrarchesche.
La Repubblica dell'Ossola
Durante i 40 giorni della Repubblica dell'Ossola si registrò una notevole effervescenza d'idee che trovò agevole spazio tra gli uomini di scuola che si trovavano nella zona, attivi artefici della Liberazione.
Il prof. Carlo Calcaterra dell'Università di Bologna, il prof. Contini dell'Università di Friburgo, il prof. Mario Bonfantini, i Presidi delle scuole medie e superiori, i Direttori dei Corso di Avviamento, si riunirono per risolvere i più urgenti problemi della scuola in vista della prossima apertura e cominciarono a trattare i problemi contingenti quali date ed orari.
Il prof. Calcaterra ampliò subito l'orizzonte della discussione invitando i convenuti a fare una "dichiarazione di principi", a precisare cioè l'atteggiamento ideale dell'Italia rinascente a libertà di fronte ai problemi pedagogici e didattici. L'impegno fu accettato. Le riunioni si ripeterono frequenti, dense di pensiero ed elevate.
A coronamento delle discussioni fu incaricata una Commissione composta dai proff.ri Calcaterra, Contini, Bonfantini e dal Commissario all'Istruzione canonico don Gaudenzio Cabalà, di stendere la dichiarazione.
"Le parole educare o rieducare - dice la dichiarazione - non possono significare se non rifare spiritualmente l'Italia, preparando gli italiani ad essere se stessi con piena coscienza della trasformazione che oggi si svolge nella società europea e negli stati di tutto il mondo con esigenze di carattere universale".
Fu appunto questa la preoccupazione attorno alla quale si polarizzarono le discussioni: educare significa preparare gli italiani ad essere se stessi; a ritrovare cioè le loro tradizioni, la loro anima latina ed umanistica. Così Alcide Bara, Direttore didattico a Domodossola.
Vita bellinzaghese
Clara Gatti, la vedova dell'illustre professore, ricorda: "Pieni di dolcezza erano i suoi ricordi, in cui splendevano i verdi prati del Ticino, l'azzurro fiume, le brughiere e gli ampi orizzonti. Ma nello stesso tempo molte, e attente, e appassionate erano le letture".
Ed ancora: "Guardava alle vacanze estive come al tempo arioso da dedicare intero alle sue opere. Ed i vecchi di Bellinzago, ancora qualche anno fa, ricordavano che chi si trovava a passare in ore notturne dinanzi alle finestre del suo studio, vi scorgeva la lampada accesa".
Carlo Calcaterra morì il 25 settembre 1952 a Santa Maria Maggiore, in Valle Vigezzo, per un attacco di emorragia cerebrale.
La salma fu trasportata, come egli aveva desiderato, a Bellinzago, nella tomba di famiglia. Clara Gatti conclude: "Là fu portata a spalle dai suoi discepoli; ma nel suo testamento, che fu trovato e letto nei particolari soltanto dopo, perché conservato a Bologna, era detto testualmente - A Bellinzago la salma sia trasportata al Cimitero secondo l'antica consuetudine del paese, cioè a spalle dai giovani del paese stesso - ".
Era dunque questo l'estremo commiato dalla sua gente, a cui dimostrava di sentirsi profondamente unito per tradizione e per affetto".
Bellinzago ha dedicato al prof. Carlo Calcaterra la Biblioteca Comunale e la Scuola Media; particolare significativo: l'edificio fu costruito sulle fondamenta della antica casa Calcaterra.
Antonio Gavinelli
Sacerdote
Non è facile riassumere la figura morale di questo sacerdote che si mosse verso ogni impegno apostolico. Ne tentiamo una sommaria rievocazione.Antonio Gavinelli nacque a Bellinzago il 27 novembre 1885, quarto di 11 figli, da Andrea ed Enrichetta Calcaterra. A 18 anni professò nella Congregazione Salesiana. Nell'agosto del 1912 fu ordinato sacerdote. Nel 1914 fu a Roma dove prestò pure il servizio militare per tutto il periodo bellico.
Finita la guerra, fu nominato direttore-parroco dell'Opera Salesiana di Rimini (1919 - 1925). Qui lasciò traccia del suo passaggio con la bella chiesa di Maria Ausiliatrice. Nel 1925 tornò a Roma, all'Ospizio "Sacro Cuore" di via Marsala, come direttore spirituale dei giovani.
Dal 1926 al 1930 fu parroco alla S. Famiglia di Ancona, rivelandosi subito dotato di eccezionali qualità di realizzatore. Se a Rimini don Antonio si meritò la fama di "costruttore", giunto a Bologna nel maggio del 1930, egli venne subito riconosciuto come il "ricostruttore". Infatti il 21 novembre 1929 nel rione della Bolognina si udì un improvviso boato, mentre un polverone biancastro si alzò sul Santuario del Sacro Cuore e sulle case circostanti. La cupola, per il terremoto, era crollata.
Della insigne opera del Collamarini non rimanevano, ormai, che tronconi di mura e cumuli di macerie. Il coraggio e l'intraprendenza del parroco in cinque anni ricostruirono la cupola e la chiesa. Negli anni successivi l'edificio fu arricchito, abbellito e reso uno dei monumenti più rilevanti del cattolicesimo bolognese.
Dicono a Bologna che la storia del Santuario del Sacro Cuore è la storia di don Antonio Gavinelli. Per propagandarne la devozione fondò l'Opera del Sacro Cuore, mandando il quindicinale "Il Santuario del Sacro Cuore" ai devoti con una tiratura di 120 - 130 mila copie.
Organizzò con criteri moderni un ufficio con 30 impiegate per seguire tutto il movimento dell'Opera. Nel 1936 acquistò un vasto terreno e fabbricato per l'oratorio maschile e nel 1939 un terreno ed un fabbricato per l'oratorio femminile.
L'11 aprile 1943, domenica di Passione, don Gavinelli disse dal pulpito e fece stampare sul "Bollettino" che "le cose" non andavano bene: invitò i cattolici bolognesi a prendere coscienza delle loro responsabilità morali e politiche verso la democrazia e la libertà. Il foglio suscitò meraviglia e commenti. Il coraggioso stampato fu presentato ai gerarchi fascisti della città. Don Antonio fu prelevato d'autorità e tradotto alle carceri di Bologna. Fu processato ai primi di giugno e condannato a tre anni di confino da scontarsi presso un convento di Castelvecchio Subequo. Caduto il fascismo, ritornò a Bologna il 30 luglio, ma dopo l'8 settembre, per non correre il rischio di essere deportato in Germania, lasciò Bologna per la Casa salesiana di Trevi in Umbria, dopo un breve soggiorno presso i fratelli Mario e Celeste a Bellinzago.
Il 25 settembre 1943 il santuario del Sacro Cuore e l'annesso Istituto Salesiano furono fortemente danneggiati dai bombardamenti aerei.
Maggio 1945: don Antonio Gavinelli poté ritornare alla "sua" Bologna. Oltre a quella di parroco, assunse anche la carica di direttore della distrutta Casa Salesiana. Due anni appena bastarono al suo zelo ed alla sua attività per ricostruire il Santuario e riavere le opere parrocchiali.
Completò poi tutto l'Istituto, fabbricò ex novo i laboratori delle scuole professionali, ricostruì, ingrandendola, la casa delle opere femminili, affidandola alle Figlie di Maria Ausiliatrice. Nel 1948 si assunse l'onere di impiantare l'orfanotrofio di Castel de' Britti ricostruendo l'edificio "Spada" danneggiato dai bombardamenti.
Non dimenticò Bellinzago, dove ritornava per pochi giorni d'estate.
L'ultima grande opera fu la costruzione della chiesa di San Giovanni Bosco nella periferia orientale della città. Riuscirà un'opera salesiana completa di casa, di scuole, di oratorio, il fabbricato della scuola meccanica e della scuola grafica.
In questo periodo la salute di don Gavinelli incominciò a venir meno. A varie riprese ebbe attacchi cardiaci e due edemi polmonari. Lasciò la carica di parroco, ma non smise di lavorare e continuò dal letto a dirigere l'Opera del Sacro Cuore.
Morì la mattina del 24 maggio 1968, festa di Maria Ausiliatrice.
I suoi eccezionali meriti, spesi al servizio della città di Bologna e della Congregazione Salesiana, ebbero la conferma ufficiale nei solenni funerali presieduti dal cardinale arcivescovo di Bologna Antonio Poma, presenti i direttori ed i confratelli salesiani, parlamentari, le autorità civili della città. Il cardinale Giacomo Lercaro e don Antonio Gavinelli: due personalità, due apostoli, due amici.
Ha detto di lui il Cardinale: "... Questa città di Bologna ha perduto uno dei sacerdoti che più beneficamente e largamente hanno inciso, in mezzo a difficoltà notevolissime, sulla vita religiosa della sua popolazione".
Sei anni dopo la morte, il 9 maggio 1974, massimo onore per la "fine di un grande", la salma di don Antonio Gavinelli fu tumulata nella cripta del "suo" Santuario, ivi traslata dalla Certosa di Bologna, accanto alla tomba del cardinale Domenico Svampa.
L'opera di don Antonio Gavinelli al servizio dei giovani e degli emarginati non si arrestò con lui. Da Bologna, raggiunse anche le terre di missione con la "Obra Social Padre Antonio Gavinelli" in Bolivia. Per i "campesinos" sarà di fondamentale importanza per la loro formazione cristiana, culturale e professionale. Un busto di bronzo è stato collocato nel Tempio di San Giovanni Bosco in Bologna.
Maurizio Raspini
Vescovo
Oleggio - 1° aprile 1892: Maurizio Raspini nasce da Donato e Maria Bottazzi.Oleggio - Santo Natale 1918: 1° santa Messa.
Novara - 1925: direttore de "Il Giovane Piemonte".
Orfengo - 1929: curato. Bellinzago - 30 aprile 1935: prevosto.
Bellinzago - 14 luglio 1935: ingresso nella Parrocchia di San Clemente.
Bellinzago - 9 maggio 1953: Vescovo di Oppido Mamertina.
Bellinzago - 26 luglio 1953: consacrazione episcopale nella chiesa Parrocchiale di Bellinzago.
Oppido Mamertina - 22 agosto 1953: ingresso nella diocesi di Maria SS. Annunziata.
Oppido Mamertina - 24 gennaio 1965: vescovo titolare di Sebarga. Si ritira a Bellinzago Novarese, povero, fra gli ex parrocchiani, nella casa di Via Ticino n. 4, assistito con amore e filiale devozione da anime buone, che lui stesso aveva formato allo spirito di carità e di amore verso i fratelli sofferenti.
Bellinzago - 6 aprile 1972: muore.
Bellinzago - 8 aprile 1972: riposa in pace nel cimitero.
Per 18 anni, la storia di Bellinzago e quella del suo prevosto si sono così strette, fuse, amalgamate. Dove vi erano uomini che soffrivano per l'insicuro pane quotidiano, Raspini offriva il suo cuore di sacerdote, di direttore d'anime; poi veniva il suo interessamento presso autorità e padroni; negare giustizia a Raspini non era facile.
Fu padre spirituale di una folta schiera di sacerdoti e di religiose, segnando un'indelebile tradizione ecclesiastica nella parrocchia di San Clemente.
Negli anni bui del fascismo, poi in quelli tragici della guerra, della violenza, della resistenza partigiana, uomo ispirato e protetto solo dal suo carisma, ha speso ogni attimo della sua esistenza per strappare i vivi alla morte, per urlare il suo sdegno cristiano contro i prepotenti di turno.
Don Raspini capì che bisognava essere sacerdote di Dio, generoso e prudente, e continuò nella sua attività pastorale con quel sano senso della realtà che diventò in lui caratteristico. La capacità di amare e rispettare tutti al di là ed al di sopra di ogni parte, anche politica, il grande senso sacerdotale e pastorale avevano fatto di lui il PREVOSTO DI BELLINZAGO.
Don Raspini si è addossato le sofferenze dei perseguitati politici. Non li ha salvati tutti come avrebbe voluto il suo cuore immenso. Nel dolente marzo 1945, primo accorse al campo insanguinato di Ghemme, componendo nella pietà i corpi dei giovani partigiani colà fucilati per rappresaglia.
Ma molti gli debbono la vita.
Voleva sapere notizie dei suoi parrocchiani sparsi in guerra, voleva aiutarli, sorreggerli. Ma non poteva essere ovunque; quindi scriveva lettere piene di suggerimenti, di Bellinzago, in cui c'erano il suo cuore ardente, il suo animo di padre spirituale e di prevosto.
Certo, che la figura di mons. Maurizio Raspini è difficile da definirsi ancora oggi, anche perchè è facile rinvenirvi valutazioni diverse, magari addirittura contrastanti, tra le persone che l'hanno conosciuto.
Antonio Vandoni
Sacerdote - Cappellano della Valtoce
Bellinzago: 23 aprile 1905Suna di Verbania: 22 aprile 1977.
Cimamulera, Borgomanero, Domodossola, Suna di Verbania furono le parrocchie del ministero sacerdotale di don Vandoni.
Nipote di quel don Antonio Vandoni, Cappellano del Sempione, il nostro fu sacerdote sensibilissimo ai tempi nuovi ed alle novità, educatore infaticabile, filosofo per diletto, visse i momenti più belli e qualificanti della sua presenza sacerdotale a Borgomanero per la causa della Resistenza come scelta morale di vita e di Libertà.
Lasciò un pregevole diario: La Vita per l'Italia, edito nel 1980, dal Comune di Bellinzago, in occasione del XXXV° Anniversario della Liberazione.
"Uomini e Terra: Vicende di tre comunità tra Ticino e Terdoppio (Bellinzago - Dulzago - Cavagliano)"
di GianMichele Gavinelli













